16 08 2010

Internet, il copincolla e il copyright: alcune riflessioni sulle ricerche a scuola e la consapevolezza dei nativi digitali

:: Diversi

Luca de Biase, oggi, ha scritto un post sul problema delle ricerche copia-incolla da internet che ormai sono una jattura dilagante in tutte le scuole di ordine e grado, dalle elementari alle tesi di laurea. Dato un argomento X che il docente ti ha assegnato e sul quale pretende, per imperscrutabili motivi si suppone didattici, una relazione, l’alunno medio dall’asilo all’Università ha ormai imparato una tecnica fenomenale: si fionda al computer – nel caso non abbia la possibilità o sia particolarmente pigro precetta un genitore a caso perché usi all’uopo il computer e la connessione internet dell’ufficio – va sul primo sito che Google gli segnala sull’argomento e zàc, copincolla furiosamente tutto ciò che trova, premurandosi solo, se è appena un pochino accorto, di formattare il carattere e dare al documento la parvenza di qualcosa cui si è pensato per almeno quindici secondi.

Che le ricerche scolastiche non servano ad una beneamata cippa è cosa ben nota a qualsiasi docente: fin da quando sui banchi ci stavamo noi la “ricerca” era un comodo escamotage per agguantare un voto positivo con il minimo sforzo: si prendeva a caso, dallo scaffale del salotto o della biblioteca pubblica, il primo volume d’enciclopedia con la voce utile e si ricopiava o fotocopiava quanto scritto, senza il minimo filtro critico e senza porsi domande. La differenza stava nel fatto che, costretti almeno a ricopiare dal libro, qualche lacerto di informazione, talvolta, si sedimentava nostro malgrado nel cervello: rimanevano così, come scogli solinghi emergenti dalla marea, i concetti che in Spagna cresce il sughero o il trattato di Campoformio è del 1797; dati che da soli, beninteso, non servono una cippa manco loro, ma son sempre nozioni che uno un domani può citare in una conversazione per fingere di sapere qualcosa che non sa.

La generazione internet rischia di non avere nel cervello neppure questi mozzichi di sapere: clicca, copia, incolla e manco rilegge. Oltre alla mancata memorizzazione, l’articolo americano da cui De Biase parte cita anche un altro problema: i ragazzi, abituati a cliccare a caso sul primo sito disponibile in rete, non riescono più a capire né il concetto di “plagio” né quello di “autore”. La rete è un archivio indistinto da cui si pesca liberamente, sì ma anche senza controllo e senza spesso nemmeno porsi il problema di chi abbia scritto la tal cosa o il tale post. De Biase dice che questo è un problema secondario, rispetto alla ormai chiara incapacità di trarre profitto da parte dei ragazzi dalle ricerche in rete; invece, secondo me, da insegnante, il lato più inquietante delle ricerche copia-incolla è proprio questo: la totale mancanza di percezione, nei ragazzi e anche spesso nei genitori che li aiutano a fare ricerche con questo metodo (nonché dei colleghi che poi le valutano), che in rete non è solo importante trovare alcune informazioni, ma controllare da chi e come sono state messe lì.

Noi ragazzini di un tempo che eravamo precettati a fare altrettanto inutili ricerche ci muovevamo però, per così dire, in un ambiente protetto: se prendevamo il volume di un’enciclopedia dallo scaffale avevamo la certezza di citare come fonte di informazioni un testo che, per quanto semplice, era stato in qualche modo revisionato da un comitato di esperti. La stupidaggine poteva sempre essere scappata, ma la probabilità che ci fossero nella voce copiata miriadi di inesattezze o vere e proprie bufale era certo assai ridotta. I ragazzini che vanno allo sbaraglio su internet (e spesso i loro altrettanto e forse più inconsci genitori) nuotano invece in un mare pieno di pescecani senza nemmeno rendersene conto. Ogni volta che spiego nelle mie classi come funziona il criterio di selezione dell’algoritmo di Google o quale sia il principio su cui è basata Wikipedia vedo bocche che si spalancano per la meraviglia; tutti, e i loro genitori anche, sono convinti che essere primi nella lista di Google sia automaticamente una certificazione di autorevolezza, per cui, faccio un esempio, se in capo ai risultati di Google per “sistema solare” trovassero un sito che racconta loro la teoria tolemaica, prenderebbero per buono che la terra è ferma al centro dell’Universo ed il sole le gira intorno.

La rete come contenitore aperto e gratuito da cui si può pescare liberamente e senza controllo non è pericoloso tanto perché mina il concetto di copyright, ma perché mina, se non vengono ben illustrati i meccanismi con cui siti e motori di ricerca sono stati sviluppati, un fondamento ben più importante del copyright: quello che la veridicità dell’informazione non dipende dalla sua diffusione o dalla sua facile reperibilità, ma dall’autorevolezza di chi l’ha raccontata o messa in circolo, o dalle prove che egli porta a sostegno. Paradossalmente internet, usata con criterio, potrebbe consentire nelle classi attività molto più stimolanti: presa una notizia campione, tramite una ricerca su Google si fanno comparare in tempo reale le fonti che la trattano sulla rete, sottolineando e facendo riflettere gli alunni sulle differenze fra i vari resoconti, o sui veri e propri “errori”, incongruenze e fraintendimenti che si trovano disseminati nelle pagine così reperite. L’unico modo per insegnare loro come fare una ricerca è spingerli a confrontare versioni diverse riportate su diversi siti. Così si rendono conto, sbattendoci il muso, che se una cosa la racconta Caio, che è persona seria, gli si può credere, mentre che se la racconta Tizio, anche se Tizio è il più cliccato di Google, è meglio andarci cauti a copiare da lui.

 

 

 

-alcune-riflessioni-sulle-ricerche-a-scuola

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