22 03 2011

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28 09 2010

Esigenza di un compromesso a tutela della proprietà intellettuale

:: Diversi

Insieme ad internet e ai software di file sharing (programmi per condividere musica, video e immagini) si è diffusa la cultura del “remix”, ovvero la tendenza a rielaborare prodotti artistici per poi diffonderli nel web. È il solito processo per cui da arte si genera altra arte e il confine tra citazione e plagio e labilissimo. Il problema è che questa forma d’arte è illegale, perché in contrasto con le leggi sul copyright che pretendono di disciplinare i download dei file dalla rete.
Negli ultimi anni si sono moltiplicate le cause milionarie intentate per lo più dalle grandi major che hanno visto il loro mercato via via eroso dalla diffusione illegale dei prodotti artistici in rete. Quello a cui stiamo assitendo è uno scontro fra due culture: da una parte i grandi produttori e distributori di musica, cinema, libri, preoccupati per i loro interessi e dall’altra il popolo della rete, spesso formato da giovanissimi, che vede lo sviluppo digitale come un progresso inarrestabile e che non intende rinunciare alla libertà di condividere il frutto della creatività.
In questo volume Lawrence Lessig presenta un’analisi attenta della questione e propone un approccio diverso: un compromesso tra la necessità di tutelare la proprietà intellettuale e il desiderio degli internauti di entrare in possesso liberamente dell’arte che circola in rete, elaborarla e condividerne il risultato con gli altri.

 
22 09 2010

Indagine sull’uso delle tecnologie a scuola

Di Innovascuola, il 22 Septembre 2010 alle 09:22:35 :: Diversi

Dall’ITD di Genova quindici domande per sapere come e quanto gli insegnanti utilizzano i nuovi media in classe


Quindici domande per conoscere lo stato d’integrazione delle tecnologie didattiche nella pratica professionale del docente. È il questionario messo on line dall’Istituto per le tecnologie didattiche di Genova, uno degli Istituti di Ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche che si dedica allo studio dell'innovazione educativa legata all'uso delle TIC nella scuola.

L’ITD invita gli insegnanti a rispondere a una serie di quesiti per capire quali sia il loro rapporto con i nuovi media. Il docente dovrà quindi dire se usa le tecnologie, se crede che, con l’utilizzo di una Lim o di un pc, le sue lezioni siano migliorati, e anche specificare quale sia il suo livello di conoscenza dei nuovi strumenti informatici.
Come dicono gli esperti dell’Istituto che hanno creato il formulario, non esistono risposte giuste o risposte sbagliate, punteggi alti o punteggi bassi: per rendere davvero efficace l’indagine, infatti, il docente deve rispondere con estrema sincerità, così da descrivere la sua familiarità con le tecnologie.

Il questionario si compila in pochi minuti. Per rispondere basta andare a questa pagina e seguire le indicazioni.

 
16 08 2010

Internet, il copincolla e il copyright: alcune riflessioni sulle ricerche a scuola e la consapevolezza dei nativi digitali

:: Diversi

Luca de Biase, oggi, ha scritto un post sul problema delle ricerche copia-incolla da internet che ormai sono una jattura dilagante in tutte le scuole di ordine e grado, dalle elementari alle tesi di laurea. Dato un argomento X che il docente ti ha assegnato e sul quale pretende, per imperscrutabili motivi si suppone didattici, una relazione, l’alunno medio dall’asilo all’Università ha ormai imparato una tecnica fenomenale: si fionda al computer – nel caso non abbia la possibilità o sia particolarmente pigro precetta un genitore a caso perché usi all’uopo il computer e la connessione internet dell’ufficio – va sul primo sito che Google gli segnala sull’argomento e zàc, copincolla furiosamente tutto ciò che trova, premurandosi solo, se è appena un pochino accorto, di formattare il carattere e dare al documento la parvenza di qualcosa cui si è pensato per almeno quindici secondi.

Che le ricerche scolastiche non servano ad una beneamata cippa è cosa ben nota a qualsiasi docente: fin da quando sui banchi ci stavamo noi la “ricerca” era un comodo escamotage per agguantare un voto positivo con il minimo sforzo: si prendeva a caso, dallo scaffale del salotto o della biblioteca pubblica, il primo volume d’enciclopedia con la voce utile e si ricopiava o fotocopiava quanto scritto, senza il minimo filtro critico e senza porsi domande. La differenza stava nel fatto che, costretti almeno a ricopiare dal libro, qualche lacerto di informazione, talvolta, si sedimentava nostro malgrado nel cervello: rimanevano così, come scogli solinghi emergenti dalla marea, i concetti che in Spagna cresce il sughero o il trattato di Campoformio è del 1797; dati che da soli, beninteso, non servono una cippa manco loro, ma son sempre nozioni che uno un domani può citare in una conversazione per fingere di sapere qualcosa che non sa.

La generazione internet rischia di non avere nel cervello neppure questi mozzichi di sapere: clicca, copia, incolla e manco rilegge. Oltre alla mancata memorizzazione, l’articolo americano da cui De Biase parte cita anche un altro problema: i ragazzi, abituati a cliccare a caso sul primo sito disponibile in rete, non riescono più a capire né il concetto di “plagio” né quello di “autore”. La rete è un archivio indistinto da cui si pesca liberamente, sì ma anche senza controllo e senza spesso nemmeno porsi il problema di chi abbia scritto la tal cosa o il tale post. De Biase dice che questo è un problema secondario, rispetto alla ormai chiara incapacità di trarre profitto da parte dei ragazzi dalle ricerche in rete; invece, secondo me, da insegnante, il lato più inquietante delle ricerche copia-incolla è proprio questo: la totale mancanza di percezione, nei ragazzi e anche spesso nei genitori che li aiutano a fare ricerche con questo metodo (nonché dei colleghi che poi le valutano), che in rete non è solo importante trovare alcune informazioni, ma controllare da chi e come sono state messe lì.

Noi ragazzini di un tempo che eravamo precettati a fare altrettanto inutili ricerche ci muovevamo però, per così dire, in un ambiente protetto: se prendevamo il volume di un’enciclopedia dallo scaffale avevamo la certezza di citare come fonte di informazioni un testo che, per quanto semplice, era stato in qualche modo revisionato da un comitato di esperti. La stupidaggine poteva sempre essere scappata, ma la probabilità che ci fossero nella voce copiata miriadi di inesattezze o vere e proprie bufale era certo assai ridotta. I ragazzini che vanno allo sbaraglio su internet (e spesso i loro altrettanto e forse più inconsci genitori) nuotano invece in un mare pieno di pescecani senza nemmeno rendersene conto. Ogni volta che spiego nelle mie classi come funziona il criterio di selezione dell’algoritmo di Google o quale sia il principio su cui è basata Wikipedia vedo bocche che si spalancano per la meraviglia; tutti, e i loro genitori anche, sono convinti che essere primi nella lista di Google sia automaticamente una certificazione di autorevolezza, per cui, faccio un esempio, se in capo ai risultati di Google per “sistema solare” trovassero un sito che racconta loro la teoria tolemaica, prenderebbero per buono che la terra è ferma al centro dell’Universo ed il sole le gira intorno.

La rete come contenitore aperto e gratuito da cui si può pescare liberamente e senza controllo non è pericoloso tanto perché mina il concetto di copyright, ma perché mina, se non vengono ben illustrati i meccanismi con cui siti e motori di ricerca sono stati sviluppati, un fondamento ben più importante del copyright: quello che la veridicità dell’informazione non dipende dalla sua diffusione o dalla sua facile reperibilità, ma dall’autorevolezza di chi l’ha raccontata o messa in circolo, o dalle prove che egli porta a sostegno. Paradossalmente internet, usata con criterio, potrebbe consentire nelle classi attività molto più stimolanti: presa una notizia campione, tramite una ricerca su Google si fanno comparare in tempo reale le fonti che la trattano sulla rete, sottolineando e facendo riflettere gli alunni sulle differenze fra i vari resoconti, o sui veri e propri “errori”, incongruenze e fraintendimenti che si trovano disseminati nelle pagine così reperite. L’unico modo per insegnare loro come fare una ricerca è spingerli a confrontare versioni diverse riportate su diversi siti. Così si rendono conto, sbattendoci il muso, che se una cosa la racconta Caio, che è persona seria, gli si può credere, mentre che se la racconta Tizio, anche se Tizio è il più cliccato di Google, è meglio andarci cauti a copiare da lui.

01 06 2010

Tesi triennale? È una formalità (articolo da Il Ducato)

Di Compilatio Italia, il 1 Juin 2010 alle 12:19:17 :: Diversi

Pubblicato in 15. apr, 2010 da Federico Dell'Aquila in Il Ducato

Scrivere una tesi? Oggi non è più un problema, ormai è facile. Sembrerebbe lo spot di uno dei fin troppo noti istituti per l’assistenza allo studio universitario, invece è semplicemente la realtà degli atenei italiani. Da Urbino a Roma, da Napoli a Bologna, il ritornello è sempre lo stesso: le tesi di una volta erano veri e propri lavori di ricerca portati avanti nel corso di almeno un anno, con impegno e interesse da parte del laureando.

Oggi invece, dopo la riforma Berlinguer che dieci anni fa introdusse il sistema del 3+2 (un triennio di base e un biennio di specialistica), l’università assomiglia sempre più a un esamificio, in cui bisogna fare la corsa per superare nel più breve tempo possibile tutti gli esami, e così facendo “le conoscenze non si sedimentano”. L’università, e così anche la tesi, sono viste dagli studenti con la mentalità dello scolaro che deve fare i compiti a casa”.

A parlare è Giorgio Manfré, docente di Teoria sociologica presso l’Università di Urbino, che afferma: “La situazione attuale è il risultato della modularizzazione del sapere, che è stato sempre più frammentato. C’è un abisso fra gli studenti del vecchio e del nuovo ordinamento. Una volta i ragazzi erano abituati a un metodo scientifico, a un maggior rigore, all’approfondimento, elaboravano le conoscenze sedimentate nel corso degli studi”.

Oggi invece, almeno per quanto riguarda la laurea triennale, la musica è cambiata: “I ragazzi sono svogliati e vedono la tesi di laurea solo come l’ultima rottura di scatole del percorso di studi – dice Ugo Barbara, docente di Laboratorio di scritture giornalistiche all’Università La Sapienza di Roma – già costellato, peraltro, di un numero altissimo di esami”.

Per contro, “la tesi oggi assume più valore – continua Barbara – perché è in sede di discussione che lo studente viene valutato veramente visto che è stata ridotta l’importanza degli esami” a causa della loro moltiplicazione e della riduzione dei programmi. “Prima invece, uno studente veniva valutato soprattutto in base a quanto fatto nel corso degli studi, dato che per studiare un esame ci voleva qualche mese di preparazione e non 20 giorni come spesso accade adesso”.

Oggi bastano pochi mesi per “scrivere” una tesi (si fa per dire, a volte la si copia, se non tutta in parte). Sono sempre più frequenti infatti, gli episodi di copia-incolla da internet (ma anche da altri libri o tesi) di interi testi. “Con me una volta – racconta ancora Ugo Barbara – si è laureata con 110 e lode una ragazza alla cui tesi venne riconosciuta anche la dignità di pubblicazione da parte della commissione esaminatrice. Ma dopo i soliti controlli per verificare l’originalità del testo, l’Università scoprì che era stata interamente copiata. Risultato? Revoca della laurea, che la ragazza non potrà più ottenere, e denuncia penale per truffa”.

Gian Italo Bischi, docente di Matematica generale e finanziaria presso la facoltà di Economia e commercio dell’università di Urbino, spiega perché si è arrivati a questa situazione: “Nel sistema del 3+2 la tesi di laurea equivalente a quella del vecchio ordinamento è prevista alla fine della specialistica; la prova finale, come la definisce la riforma, della triennale ha poco  valore, tanto che in alcune università, ad esempio quella di Bologna, è stata completamente eliminata”. Quindi il problema non è nei ragazzi? “No, anzi, sono gli stessi professori che incoraggiano gli studenti a lavorarci su poco tempo, così come previsto dai crediti che vale (5 crediti, 1 credito = 25 ore, per un totale di 125 ore), ma ciò non vuol dire che siano tesi fatte male”. Bischi non ha problemi a spiegare anche il perché di questo approccio alla tesi della triennale da parte dei professori: “Con l’introduzione della riforma, che ha comportato un sensibile aumento degli esami per ciascun anno, con conseguente diminuzione del tempo per lo studio, si è accentuato il fenomeno dei fuoricorso. Un vero e proprio problema per le università che, a seconda del numero di ritardatari che conta, finisce indietro nella classifica degli atenei più virtuosi compilata ogni anno dall’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) ma soprattutto riceve più o meno finanziamenti dal Ministero della Pubblica Istruzione. Pertanto l’università ha tutto l’interesse a far laureare in corso quanti più studenti possibile. Io non sono d’accordo, perché la fretta è contraria alla qualità, però la situazione è questa”.

Ma la situazione è tragica solo riguardo alle tesi delle lauree triennali, “che solo in casi eccezionali sono ben fatte” sottolinea Manfré. “Le cose migliorano, e di molto, nel caso di quelle specialistiche, anche se la qualità dei lavori finali è comunque più carente rispetto a quella di una volta” affermano in coro ancora Manfré e Paolo Morozzo, docente di Diritto privato a Urbino. Questo anche per il diverso valore, in termini di crediti formativi, attribuito alla tesi dalla riforma del 3+2. Valore che, tra l’altro, può cambiare fra un ateneo e l’altro, ma anche fra corsi di laurea diversi all’interno della stessa università.

A Urbino ad esempio, nel corso di laurea di Scienze della comunicazione, si va dai cinque crediti della triennale ai 18 della specialistica. Ma il divario aumenta nel caso del corso di laurea in Scienze geologiche, dove la triennale vale sempre cinque crediti, ma le diverse specialistiche variano dai 20 ai 25.

Proprio Scienze geologiche sembra essere un po’ l’isola felice quanto meno della Carlo Bo, se non dell’intero mondo universitario italiano. “Da noi la qualità delle tesi non si è abbassata, anzi, gli studenti delle triennali vogliono fare sempre di più di quanto richiesto loro dalla riforma in termini di impegno”, dice il presidente del corso di laurea, Alberto Renzulli. “L’impegno dei ragazzi è sempre lo stesso”, continua Renzulli, che poi però ammette: “Oggi gli studenti arrivano alla tesi meno preparati di un tempo, sia perché il corso si studi è più breve, sia per rivoluzione dei programmi conseguente alla riforma”.

“Ma la tesi di laurea è in crisi da molto tempo, non è una conseguenza della riforma”, assicura Paolo Morozzo, unica voce fuori dal coro. Almeno un paio, secondo lui, i motivi alla base della crisi della tesi di laurea. In primo luogo “la disabitudine alla ricerca su carta alla quale si preferisce la più facile e superficiale ricerca su internet, che elimina la problematizzazione perché in rete si trovano solo testi brevi, i cosiddetti abstract”. Ma soprattutto, il fatto che “la tesi è l’unico momento, durante gli studi universitari, in cui i ragazzi scrivono, e spesso non sanno farlo”. Ma “che non sappiano scrivere, non è colpa dell’università – conclude Barbara – bensì della scuola di base che promuove studenti che fanno persino errori di punteggiatura”.

http://ifg.uniurb.it/informazione/ducato-notizie-informazione/universita/tesi-triennale-e-una-formalita/

 

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